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Tumore della Prostata
Per carcinoma della prostata si intende una
categoria diagnostica che annovera le neoplasie maligne che si originano dalle
cellule epiteliali della prostata, una ghiandola dell'apparato genitale
maschile. Questa neoplasia può dare luogo a metastasi, con predilezione per le
ossa e i linfonodi loco-regionali. Il tumore alla prostata può causare dolore,
difficoltà alla minzione, disfunzione erettile e altri sintomi.
Il tumore alla prostata si sviluppa più frequentemente negli ultracinquantenni;
è il secondo più comune tipo di tumore negli Stati Uniti, dove è responsabile
del maggior numero di morti da tumore, dopo il tumore del polmone. Molti
fattori, compresa la genetica e la dieta, sono stati implicati nello sviluppo
del carcinoma prostatico. Attualmente (2006) non è una malattia prevenibile.
Il tumore prostatico viene più spesso scoperto all'esame clinico o per il
tramite di esami ematici, come la misurazione del PSA (antigene prostatico
specifico). Un sospetto tumore alla prostata è tipicamente confermato tramite
l'asportazione (biopsia) di un frammento di tessuto, e il successivo esame
istologico. Si può ricorrere a ulteriori test come l'ecografia, la radiografia e
la scintigrafia, per determinarne la diffusione e se il tumore abbia o meno
originato metastasi.
Il tumore prostatico si può trattare con la chirurgia, la radioterapia, la
terapia ormonale, occasionalmente la chemioterapia, o combinazioni di queste.
L'età e lo stato di salute del paziente, così come la diffusione del tumore,
l'aspetto microscopico, e la risposta al trattamento iniziale, sono importanti
per determinare la prognosi. Poiché il tumore della prostata è una malattia
tipica degli uomini anziani, molti di essi potranno andare incontro a morte
prima che il tumore possa espandersi o causare sintomi. Ciò rende difficoltosa
una selezione del trattamento. La decisione se trattare o meno un tumore
localizzato (ossia completamente confinato all'interno della prostata) implica
un bilancio tra i benefici attesi e gli effetti negativi in termini di
sopravvivenza del paziente e della sua qualità della vita.
Epidemiologia
Il carcinoma della prostata è uno dei tumori più frequenti del maschio.Negli
U.S.A rappresenta quasi il 30% di tutti i tumori di nuova diagnosi nelsesso
maschile (SEER). Il numero assoluto dei nuovi casi di carcinomaprostatico tende
ad aumentare in relazione da un lato all'aumento dellapopolazione ed
all'invecchiamento della stessa, e dall'altro ad un aumentodell'incidenza
indipendente dall'età.Il carcinoma prostatico è piuttosto comune nel Nord
America, particolarmentenell'ambito della popolazione di colore (22 morti per
100.000 uominineri contro 14 morti per 100.000 bianchi) e nei paesi del Nord
Europa: in quelliScandinavi raggiunge la frequenza di 40-50/100.000 abitanti, ed
è raro inGiappone o negli altri Paesi Orientali (0,80-2,8/100000 abitanti). I
tumori dellaprostata sono in costante aumento e tale aumento sembra essere reale
oltreche dovuto all'affinamento della sensibilità diagnostica di cui
disponiamorispetto al passato anche recente. Nei paesi industrializzati questo
tipo dineoplasie è, negli uomini sopra i 50 anni, la terza causa di morte per
cancrodopo i tumori del polmone e del colon-retto. Nella sola comunità europea i
morti
ogni anno, sono 35.000; in Italia si stima in una decina di decessi ogni
100.000abitanti rappresentando la prima causa di morte per tumori
dell’apparatourogenitale. Tale neoplasia è tipica dell’età avanzata, ma calcoli
statisticiproiettivi stimano che un uomo su quattro dopo i 50 anni sia già
portatore di talepatologia. E’, infatti, eccezionale la comparsa del carcinoma
prostatico prima
della cinquantina, mentre i casi diventano soprattutto frequenti al di là dei
65anni.
In questo contesto epidemiologico, l'Italia è posizionata a metà strada trai
paesi a più alta incidenza e quelli a più bassa con valori attorno a
28/100.000abitanti. Stime relative al 1990 indicavano il tumore prostatico come
la quartacausa assoluta di morte per tumore maschile con il 7,2% circa su 85.000
casied il quinto posto come frequenza tra i tumori del maschio dopo polmone,
colon-retto, vescica e stomaco.
Eziologia
I fattori che determinano o che contribuiscono a determinare l'insorgenzadi
questo tipo di carcinoma non sono ancora del tutto chiare. Sicuramente
ècoinvolto nel suo sviluppo il fattore ormonale, come dimostrato da Huggins,
premio Nobel per aver scoperto che gli ormoni maschili (androgeni)
possonoaccelerare la crescita del tumore prostatico, mentre la loro eliminazione
porta aun rallentamento nella progressione dello stesso. E’ stato inoltre
osservato
come gli eunuchi non sviluppino il carcinoma prostatico mentre, un eccesso
diandrogeni alla pubertà rappresenti un fattore favorente. Diversi studi,
poi,sottolineano la componente familiare di questo tumore, tant’è che la
neoplasia è
stata riscontrata più frequentemente nei familiari di pazienti affetti da
tumoreprostatico. Uomini con parenti di primo grado affetti da tumore prostatico
hannoun rischio doppio di sviluppare la malattia. Sull’alimentazione troppo
ricca di
grassi ci sono solo sospetti, si è visto come con diete ricche di
vegetalil’incidenza della malattia sia ridotta, mentre aumenterebbe con una
dieta riccadi grassi e proteine animali. Anche i fattori sessuali sono stati
oggetti di studio
per un loro eventuale ruolo nello sviluppo della malattia. Si è potuto
constatareche il tumore è spesso associato a trasmissioni di malattie virali
(virus dellafamiglia dei papovavirus, citomegalovirus, virus herpetico), come
anche ad un
comportamento sessuale non regolare, o troppo scarso o troppo abbondante.Una
correlazione fra tumore prostatico e fumo non è stata provata mentre, si èvisto
come l’esposizione a sostanze chimiche tipo ossido di cadmio, tipico dei
lavoratori della gomma, possa favorire lo sviluppo di tale neoplasia. Il
carcinomaprostatico viene considerato come un tumore essenzialmente
imprevedibile, inquanto possiamo avere sviluppo di metastasi indipendentemente
dall’accrescimento del tumore, come pure una progressione del tumore e
dellemetastasi che vanno di pari passo.
Caratteristiche istologiche e storia naturale del tumore prostaticoLa prostata è
una ghiandola che avvolge a manicotto l’uretra posteriore.Nell’adulto pesa circa
20-25 g. Microscopicamente è costituita da alveolighiandolari immersi in un
tessuto fibromuscolare. La funzione prostatica èessenzialmente rappresentata
dalla produzione di liquido seminale (ricordiamo
come alla formazione del liquido seminale concorrono in parte anche le
vescichetteseminali) che è essenzialmente il veicolo che consente agli
spermatozoi di risalirelungo l’uretra e quindi la vagina e l’utero.In base alle
caratteristiche embriologiche e fisiopatologiche la ghiandolaprostatica viene
distinta in una parte “craniale” più vicina al lume dell'uretra che
circonda ed una “caudale”, più periferica ed esterna. E' dimostrato che
l’affezionepiù comune della prostata, l’adenoma benigno, si sviluppi nella parte
craniale,mentre nella parte caudale prenderebbe origine il carcinoma.Alcuni
studi hanno dimostrato quindi, come l’origine del carcinoma siadiversa e
indipendente da quella dell’adenomioma prostatico, anche se questoconcetto,
peraltro, non esclude che le due forme possano coesistere.Il carcinoma della
prostata è generalmente considerato una malattia la
cui storia naturale è altamente imprevedibile. Infatti, secondo Whitmore
nonsempre le due possibili forme di progressione e cioè l'invasione locale e
laformazione di metastasi si verificano progressivamente, in maniera correlata
alle dimensioni del tumore, ma possono essere indipendenti l'una dall'altra.La
tesi sull'imprevedibilità della storia naturale poggia anche e soprattuttosulla
peculiare caratteristica del carcinoma prostatico di presentarsi con
estrema frequenza in forma latente. Tale forma presenta un'incidenza fino acento
volte superiore rispetto a quella clinica della malattia. Si ritiene che lagran
parte dei tumori allo stato latente abbia un comportamento biologicamente
poco aggressivo e che solo una ristretta porzione possa progredire a
tumoreclinicamente invasivo.
Purtroppo le neoplasie dotate di comportamento aggressivo non sempresono
distinguibili dal punto di vista morfologico e/o biologico da quelle che
possonopermanere allo stato latente per l'inadeguatezza dei mezzi di indagine a
nostra
disposizione impiegabili a questo scopo. Si considera che la cellula neoplastica
deltumore della prostata sia caratterizzata da una crescita lenta (tempo
diraddoppiamento variabile fra 50 e 120 giorni; tant’è che si ritiene
debbanotrascorrere dai 10 ai 15 anni perché tale neoplasia si manifesti. La
neoplasia, dallazona periferica della ghiandola, si può propagare in tempi
successivi in ogni
direzione, può sconfinare verso la capsula prostatica e le vescichette
seminali;propagandosi verso l’alto il tumore tende a raggiungere il trigono
vescicale dovepuò infiltrare gli sbocchi degli ureteri in vescica dando luogo a
dilatazione delle vie
escretrici od alla esclusione funzionale di uno o entrambi i reni,
soltantotardivamente può essere invaso il retto. Essendo il tumore prostatico un
tumorelinfofilo non manca di regola la propagazione per via linfatica per cui
vengonoprogressivamente raggiunti i linfogangli ipogastrici, iliaci esterni,
inguinali fino a raggiungere i linfogangli paraortici.
Le metastasi per via ematica si osservano con massima frequenza nellevarie parti
dello scheletro, di cui prediligono le vertebre lombari e le ossa pelviche,ciò
sembra essere imputato alla precoce invasione del plesso venoso periprostatico
(di Santorini). Sempre per via ematica avremo successivamente metastasi
visceralial polmone, al fegato e ai surreni.
Da un punto di vista clinico il tumore della prostata può essere
così inquadrato:
1. il carcinoma latente: dimostrabile casualmente alla autopsia
2. il carcinoma incidentale: scoperto accidentalmente dopo intervento
di adenomectomia o TURP per ipertrofia prostatica benigna in
quanto clinicamente non palpabile
3. il carcinoma occulto: caratterizzato da disseminazione metastatica
con obbiettività prostatica negativa
4. il carcinoma clinicamente manifesto: evidenziabile con
l’esplorazione rettale
Da un punto di vista istologico la forma più frequente è l’adenocarcinoma
(95%)che si sviluppa normalmente dagli acini prostatici della prostata caudale;
inoltrepossiamo riscontrare il carcinoma a cellule transizionali, il carcinoma a
cellule
squamose ed il sarcoma. Non mancano tuttavia le forme meno differenziate, la
cuiprognosi è più grave in considerazione della loro tendenza a
diffondersirapidamente e della loro maggiore sensibilità alla terapia con gli
estrogeni. Il
carcinoma prostatico è spesso multifocale ed ha un decorso largamente
imprevedibile.
La Stadiazione
Consiste nella valutazione e definizione del grado di estensione locale e
adistanza della malattia effettuata attraverso le diverse procedure
diagnostichetipiche del particolare tipo di tumore in questione. Si tratta di
dati molto importanti
per la successiva scelta dell’iter terapeutico. La stadiazione di un tumore è
clinica epatologica. Per stadiazione clinica si intende quella che è possibile
effettuarestudiando il paziente e cioè mediante l’esame obiettivo e con
l’ausilio di esami di
laboratorio e di esami radiologici. La stadiazione patologica si basa sul
repertoistologico effettuato sul “pezzo operatorio” e cioè sul tumore
asportatochirurgicamente. Il sistema “TNM” è una convenzione universalmente
accettata. Sitratta di un sistema di identificazione dello stadio della malattia
laddove la “T” conindice da 1 a 4 identifica il volume del tumore e la sua
estensione locale, la “N”indica l’interessamento o meno dei linfonodi loco
regionali e la “M” l’esistenza omeno di metastasi a distanza.
Classificazione TNM del cancro prostatico
T0: tumore non palpabile (tumore preclinico latente o incidentale)
T1: tumore intracapsulare circondato da tessuto normale
T2: tumore confinato alla prostata ma occupante tutta la ghiandola
T3a: tumore esteso oltre la capsula
T3b: tumore infiltrante le vescicole seminali
T4: tumore infiltrante strutture anatomiche vicine.
N0: nessun interessamento linfonodale
N1: interessamento di un singolo linfonodo regionale omolaterale
N2: interessamento linfonodale regionale multiplo o bilaterale
N3: fissità dei linfonodi regionali interessati
N4: interessamento linfonodi iuxtaregionali.
M0: non evidenza di metastasi a distanza
M1: metastasi a distanza.
Il cosiddetto "grading" consiste in un punteggio riferito al livello di
alterazione
cellulare e strutturale del tessuto neoplastico rispetto a quello sano.
Sistema Grading secondo Gleason
Grado 1: altamente differenziato
Grado 2: ben differenziato
Grado 3: moderatamente differenziato
Grado 4: scarsamente differenziato
Grado 5: altamente indifferenziato (cellule anaplastiche, infiltranti).
Sintomatologia e Diagnostica Clinica.
La sintomatologia iniziale è scarsa o quando presente molto sfumata.Trattandosi
di individui anziani nella maggior parte dei casi la sintomatologia siconfonde
con quella da ostacolo minzionale sul collo vescicale dovuto allacomponente
adenomatosa della prostata: pollachiuria e nicturia sono presenti nel70% dei
casi, disuria o stranguria (45%), ematuria (<5%). La disuria è causata
dall'invasione dell'uretra e dalla contiguità con il pavimento vescicale.La
sintomatologia dolorosa può essere costituita da dolori pelvici e
rachialgie,dovuti ad un interessamento precoce del tumore nelle ossa del bacino
e a livellovertebrale. Possiamo avere anche dolori perineali irradiati al pene
che si aggravanodurante la minzione, dovuti ad infiltrazione neoplastica dei
nervi. Stipsi e tenesmosono riferibili ad invasione del retto, naturalmente
questi sintomi sono piuttostotardivi. A volte, sono frequenti, lombosciatalgie e
neuralgie crurali. Tale sintomatologia dolorosa, in assenza di altri disturbi,
in particolar modo in persone
anziane, devono far sospettare subito il carcinoma della prostata.
Solotardivamente avremo ritenzione di urina e cachessia neoplastica ed anche,
edemidegli arti inferiori, dello scroto, anemia, epatomegalia, espressione di
malattia disseminata.
Screening diagnostico per il tumore prostatico sulla
popolazione sana.
E' veramente utile?
La concomitanza di fattori quali l'elevata mortalità, la tardività della
diagnosiclinica abituale ed i benefici della diagnosi precoce hanno negli ultimi
tempisuscitato un notevole interesse per iniziative sistematiche di diagnosi
precoce in
soggetti asintomatici e cioè di screening.E' opinione diffusa che la diagnosi
precoce di un tumore, comunque ottenuta,
rappresenti un beneficio. Questa convinzione deriva dal constatazione che i
casidiagnosticati precocemente presentano uno stadio meno avanzato della
malattia e,di conseguenza, una maggiore sopravvivenza rispetto ai casi che non
si sono
sottoposti ad indagini preventive. Questa impostazione, se può essere valida per
ilsingolo individuo, rappresenta una valutazione affrettata e superficiale della
realtà,nella fattispecie del tumore prostatico, che tende ad attribuire alla
diagnosi precoce
dei vantaggi che possono essere solo apparenti.Innanzitutto, bisogna dire che il
fatto di anticipare una diagnosi può allungare
il tempo di sopravvivenza dal momento della diagnosi stessa ma
nonnecessariamente aumenta quella che sarebbe stata la durata della vita del
pazientein assoluto. In altre parole, la diagnosi precoce allunga realmente il
tempo disopravvivenza per l'effetto delle terapie oppure allunga il periodo che
intercorre trala conoscenza della diagnosi e la morte del paziente?
Una seconda osservazione va posta riguardo al fenomeno della selezionenegli
screening di casi di tumori meno aggressivi e che avrebbero spontaneamenteuno
sviluppo molto rallentato. I tumori rilevati allo screening potrebbero
esseregiudicati erroneamente gravati da minore mortalità in quanto si
giudicherebbe piùefficace su di essi l'instaurazione di una terapia "precoce" ma
che in realtà nonsarebbe stata indispensabile in quanto il tumore poteva non
aver avuto sviluppoclinico.Di fronte a questi possibili eventi è chiaro come un
osservatore superficialepossa attribuire allo screening un'efficacia e dei
benefici che talora sono solo
apparenti. L'unico sistema affidabile per la valutazione della reale efficacia
di unoscreening è quello che viene chiamato in ambito di scienze statistiche lo
"studiocontrollato randomizzato". Questo comporta il confronto tra un gruppo di
soggetti
sottoposti allo screening con un gruppo di controllo, uguale al primo per
ogniaspetto ma non sottoposto a screening. Nel caso in cui, dal confronto dei
duegruppi, dovesse risultare una riduzione della mortalità reale
statisticamentesignificativa nel gruppo sottoposto a screening se ne potrebbe
affermare la realeutilità ed introdurli nella pratica clinica. In effetti, dei
tentativi in questo senso sonostati fatti ed altri sono in studio in Europa e
negli Stati Uniti senza che però vi sianoancora dei risultati definitivi per i
quali bisognerà attendere circa 10 anni. In conclusione esistono ancora forti
dubbi sul fatto che la diagnosi precoce
abbia un impatto positivo sulla prognosi e molti dubbi vengono espressi
sullastessa opportunità di eseguire gli studi randomizzati e controllati quando
il realelimite della interpretazione dei dati sta nella incapacità dei mezzi
diagnostici di cui
disponiamo di discriminare i tumori biologicamente aggressivi da quelli a
lentacrescita.
Diagnosi
La diagnosi del carcinoma prostatico deve volgere ad avere la certezza ditale
patologia, la grandezza della neoplasia, dato importante per il successivo
iterterapeutico ed infine il tipo istologico del tumore.L’esplorazione rettale
digitale resta tuttora il metodo migliore per scoprire ilcarcinoma della
prostata; studi recenti hanno dimostrato l’efficacia dell’esplorazione
rettale di routine per scoprire la neoplasia in uno stadio precoce, ancora prima
chequesta oltrepassi la ghiandola prostatica. Attraverso l’esplorazione rettale
si puòpercepire un ingrandimento, spesso asintomatico, ed una irregolarità della
ghiandola, ed anche un suo aumento di consistenza. Raramente si può sentire
iltumore allo stadio di nodulo solitario e circoscritto in mezzo ad un
lobo.L’irregolarità della superficie della prostata, la quale si presenta nodosa
ebernoccoluta e, la durezza del tumore sono solitamente caratteri sufficienti
adistinguere una ipertrofia prostatica benigna da un carcinoma della prostata.
Tuttavia sebbene l’esplorazione rettale, come già detto, rimanga il cardine per
lascoperta precoce del tumore, è evidente che la diagnosi sicura della neoplasia
puòessere ottenuta solo con l’agobiopsia prostatica. L’esame può essere eseguito
per
via transrettale o per via transperineale. Tale metodica, non solo permette
diformulare una diagnosi di neoplasia, ma indica, inoltre, il grado di
differenziazionecellulare (grading), dato molto importante per l’impostazione
del programma
terapeutico.L’ecografia prostatica viene eseguita per via transrettale e
consente divalutare la struttura della ghiandola e i rapporti di questa con gli
organi adiacenti(vescica, retto, vescicole seminali ecc.). Si può eseguire in
corso di tale indagine
una biopsia mirata. Il tumore può essere rappresentato, da un punto di
vistaecografico, come una struttura ipoecogena, iperecogena, isoecogena o mista,
ciò èdovuto alla quantità di tessuto connettivale presente nella neoplasia.
La ipo- e isoecogenicità sono più frequenti negli stadi iniziali della
malattia, le alterazioni di tipomisto, invece, negli stadi avanzati del tumore.
Il carcinoma prostatico puòpresentarsi in forma circoscritta, multipla o
addirittura in forma diffusa, là dove nonvi è più distinzione fra ghiandola
interna ed esterna. L’indagine ecografica deveessere eseguita anche a tutto
l’addome per evidenziare eventuale idronefrosi ometastasi epatiche. Una volta
verificato la presenza della neoplasia occorreaccertare la sua estensione
(staging) ai fini prognostici e terapeutici. Tra le varieindagini radiologiche
troviamo: l’urografia, la quale può dimostrare alterazioni dellavescica con
un’impronta del pavimento vescicale generalmente asimmetrica ealterazioni
dell’uretere fino ad arrivare a dimostrare l’esclusione funzionale del rene.La
Tac invece consente di valutare forme e dimensioni della prostata. Presenta il
limite della informazione non sicura dei dati relativi ai linfonodi. La RMN
vieneutilizzata soprattutto per la stadiazione del tumore; la linfografia è oggi
scarsamenteutilizzata. Come la Tac, la linfangiografia presenta inconvenienti
notevoli come test
diagnostico di routine nei pazienti con carcinoma della prostata, dovuti al
fatto chela linfangiografia non può prevedibilmente mettere in evidenza le
metastasimicroscopiche, e che i linfonodi che siano stati completamente
sostituiti dal tessuto
metastatico non si visualizzano. Quindi, anche in presenza di un linfonodo
costituitoesclusivamente da tessuto tumorale solido, la linfangiografia può non
evidenziare lalesione. Probabilmente, l’obiezione più seria all’uso di routine
di questa metodica è
l’osservazione che l’esame bilaterale non visualizza sistematicamente i
linfonodiiliaci interni ed otturatori, che sono di primaria importanza nel
carcinoma della prostata.
La scintigrafia ossea (total body, con tecnezio) consente di mettere inevidenza
ripetizioni ossee.
Questa metodica è dotata di scarsa specificità per cuisono frequenti i falsi
positivi (morbo di Paget, fratture pregresse ecc.) in tal casooccorre eseguire
radiografie mirate per dirimere il dubbio. Possibili anche i falsinegativi nei
casi in cui si abbiano metastasi ossee osteolitiche con riduzione
dellafissazione dell’isotopo radioattivo. La radiografia del torace, permette di
evidenziarepossibili metastasi polmonari o metastasi costali.
I markers tumorali
Una ricerca intensiva di una o più sostanze potenzialmente utili peridentificare
i pazienti con un cancro della prostata o per stabilire la prognosi
dellaneoplasia non ha messo in evidenza un marker completamente soddisfacente.
Imarkers prostatici specifici sono rappresentati dalla fosfatasi acida
prostatica edall’antigene prostatico specifico.La PAP: l’aumento della fosfatasi
acida in circolo è solitamente legato ametastasi più o meno estese nello
scheletro. In caso di carcinoma prostatico sipossono avere alti valori di
fosfatemia acida, ma è anche vero che un tumore dellaprostata non ancora
metastatizzato può accompagnarsi a concentrazioni normali ditale enzima nel
sangue.La PAP si rivela valida soprattutto come valore prognostico ed
èindispensabile nei controlli a distanza di routine dei soggetti con
carcinomaprostatico accertato. L’aumento della fosfatasi acida, quando si
associa all’aumento
della fosfatasi alcalina avvalora il sospetto di carcinoma prostatico
disseminatonello scheletro.
L’antigene prostatico specifico, il PSA, scoperto nel 1979, è una
glicoproteinasecreta dalla prostata, la quale interviene nella liquefazione
dell’eiaculato. Studi su ampi gruppi di uomini asintomatici mostrano che lo
screening conPSA permette di scoprire approssimativamente un terzo in più di
casi di tumore checon la sola esplorazione rettale. Ciò nonostante, circa il
20-30% dei tumori dellaprostata non sono associati ad elevati livelli di PSA.
L’American Cancer Societyraccomanda comunque lo screening del carcinoma
prostatico attraverso l’utilizzodell’esplorazione rettale ed il PSA, riservando
l’ecografia transrettale ai pazienti che
presentino irregolarità di uno degli altri due esami. Elevati livelli di PSA,
comedicevamo, possono indicare la presenza di un tumore in fase iniziale, molto
primacioè che appaiono i sintomi della malattia.Occorre ricordare però sebbene
tale antigene possa essere specifico per laprostata, certamente non lo è per il
carcinoma prostatico. Il 10% degli uomini nonaffetti da tale patologia ha
presentato un aumento dell’antigene prostatico specifico,così come più di 2/3 di
quelli con iperplasia prostatica benigna. A tale proposito siattendono i
risultati di uno studio, ancora in corso, eseguito su oltre 130.000persone in
tutta Europa che ci dirà se tale test dovrà essere eseguito dopo i 50 annida
tutti gli uomini. Il problema è che il test del PSA individua anche tumori molto
ridotti e in fase iniziale, neoplasie che non avranno mai il tempo di
svilupparsi alpunto di dare sintomi o problemi al paziente.
Il test del PSA è quindi ancora in discussione per quanto riguardal’opportunità
di usarlo come screening di massa. Livelli di antigene prostaticosuperiori a 4
nanogrammi per millilitro di sangue sono l’indicazione che qualcosanon va. Il
cancro però, non è solo l’unica spiegazione: il PSA, infatti, si innalzaanche in
caso di infiammazione della prostata (prostatiti) o di ipertrofia prostatica
benigna, e in caso di massaggio o manipolazione prostatica. Le cause di
risultatifalsamente negativi sono costituite invece dalla terapia
antiandrogenica. La suautilità quindi, come per la fosfatasi acida, è
soprattutto per il monitoraggio dellaterapia.
Utile si rivela la determinazione del PSA anche dopo prostatectomiaradicale;
essendo prodotto solo all’interno della prostata i suoi livelli sierici
dopol’intervento non dovrebbero essere dosabili, tant’è che livelli di PSA che
persistonodopo 6-8 settimane dall’intervento indicano una malattia persistente.
Riassumendo, la diagnosi di carcinoma della prostata viene posta ancora nelmodo
migliore con una buona esplorazione rettale seguita dalla biopsia e
dalsuccessivo esame istologico. Per quanto riguarda le determinazioni
biochimiche,non esiste alcun esame sul siero, sulle urine o sul liquido
prostatico che siasufficientemente accurato da poter essere consigliato come
test di screening di
routine. Nonostante tali limitazioni, un valore persistentemente elevato di
fosfatasiacida sierica o un livello aumentato di fosfatasi acida nel midollo
osseocostituiscono un segno sfavorevole che con molta probabilità è associato
asuccessive metastasi.
Evoluzione e Prognosi
Il carcinoma della prostata abbandonato alla sua naturale evoluzioneconduce a
morte con quadro di metastasi allo scheletro e cachessia generale.Perciò
tempestività nella diagnosi e trattamento chirurgico consentono spesso una
“guarigione” del cancro della prostata. La terapia del tumore prostatico va
distintain radicale e palliativa chirurgica e medica. In caso di tale patologia
si puòeffettuare preliminarmente l’asportazione di alcuni linfonodi utilizzando
lalaparoscopia. Questa operazione è fondamentale per verificare se la neoplasia
ècircoscritta alla ghiandola, oppure ha invaso altri distretti dell’organismo.
In questosecondo caso, purtroppo, è perfettamente inutile sottoporre ad
intervento chirurgico
il paziente; se invece il tumore è localizzato si può effettuare la
prostatectomiaradicale. Intervento che prevede l’ablazione delle vescicole
seminali e della prostata, assieme ad un certo numero di linfonodi, per via
addominale formando
successivamente un’anastomosi fra la vescica e l’uretra membranosa. Ciò
permettela guarigione completa dal tumore. Dopo tale intervento la guarigione a
10 anni èdel 70% ed arriva ad oltre l’80% nei casi di stadio T1a-T2a.
Questo intervento può comportare alcuni effetti collaterali, non di poco
conto,fra i principali ricordiamo: i problemi di incontinenza e la perdita
dell’erezione.Grazie ad una evoluzione di tale intervento esiste oggi una
tecnica checonsiste nel non danneggiare i fasci nervosi (nerve-sparing) deputati
all’erezioneche ha l’obbiettivo di ridurre tali effetti indesiderati. Con essa
si può preservare la
continenza, diventando così modesto il rischio ( circa il 5%), mentre riguardo
allapotenza sessuale, questa in una discreta percentuale dei casi non si riesce
apreservarla (circa il 30%), comunque sia, la prostatectomia renderà impossibile
l’eiaculazione, mantenendo però inalterata la sensazione dell’orgasmo.
La terapia consiste nell’orchiectomia associata alla somministrazione
diestrogeni: questa terapia non permette la guarigione dal carcinoma della
prostatama semplicemente ne ritarda l’evoluzione, anche arrestandola per alcuni
anni. Sipuò assistere con tale metodica anche ad una parziale regressione del
tumore edelle metastasi fino al momento in cui la malattia riprende
inevitabilmente il suodecorso. La sola orchiectomia risulta più efficace della
sola terapia con estrogeni,comunque gli effetti maggiori si ottengono associando
i due metodi.La surrenectomia bilaterale, da riservare ai casi di carcinoma
prostatico
recidivato dopo l’orchiectomia nonostante la terapia con estrogeni. In tal
casodiventa necessario il trattamento sostitutivo con cortisone, oppure
l’ipofisectomia laquale permette di arrestare l’evoluzione del tumore in quanto
avremo da parte del
surrene un incremento di androgeni dopo l’orchiectomia. L’evoluzione di
questatecnica permette o l’alcoolizzazione dell’ipofisi oppure l’introduzione,
tramite la sellaturcica, di una sostanza radioattiva (ittrio 90) con l’effetto
di necrotizzare l’ipofisi.
La terapia palliativa chirurgica consiste nella disostruzione del collo
vescicalee dell’uretra posteriore, quando la neoplasia provoca una ritenzione
urinaria. Larimozione del tessuto neoplastico viene eseguita di preferenza
mediante resezioneendoscopica.
Questo intervento non è radicale ma consente al paziente di avereminzioni
spontanee senza l’ausilio del catetere vescicale. In alcuni casi iltrattamento
endoscopico può essere utile anche per evitare una insufficienzarenale
successiva, dovuta ad ostruzione degli ureteri su base neoplastica.Abbiamo poi
la Radioterapia, che ottiene lo stesso risultato, in termini diguarigione, della
chirurgia. I vantaggi sono la guarigione del paziente, senza l’altaprobabilità
di incorrere nell’impotenza. Limiti della radioterapia sono quelli di
nonpermettere di effettuare l’analisi dei linfonodi ed inoltre, le radiazioni
rendonoimpossibile un successivo intervento chirurgico. La radioterapia sembra
avere datoi migliori risultati nelle forme classificate come T3, tumori cioè che
si sono estesi
oltre i confini della prostata e non sono, quindi, aggredibili chirurgicamente.
La terapia palliativa medica: il trattamento ormonale è uno dei cardini
dellaterapia del tumore della prostata. Circa l’80% delle cellule tumorali
risponde con laregressione all’uso di farmaci anti-androgeni, e ciò avviene sia
nei tumori di tipoprimario che in quelli metastatici. Gli effetti collaterali si
esplicano principalmente inun calo della libido, ma anche con la comparsa di
ginecomastia ed edemi. Ciò èdovuto essenzialmente alla ritenzione sodica
determinata dagli estrogeni. Taletrattamento può essere costituito da
somministrazione di estrogeni(dietilstilbestrolo) a bassa dose o di estrogeni
associati ad una mostarda azotata
(estramustina fosfato) o antiandrogeni, come ad esempio il ciproterone acetato.
Gliestrogeni (stilbestrolo-dietilstilbestrolo-etinilestradiolo) non agiscono per
inibizionediretta sulle cellule neoplastiche bensì per meccanismo indiretto,
inibendonell’ipofisi la produzione di gonadotropine.
La chemioterapia per il carcinoma della prostata non ha finora prodottorisultati
positivi.
Infine in caso di forti dolori dovuti a ripetizioni ossee, a volte può risultare
utileeseguire il trattamento con Metastron (stronzio 199), sostanza radioattiva
la quale,attraverso la via venosa, viene veicolata nel torrente circolatorio
inibendo la crescita
della cellula neoplastica.
Prospettive future
Nel trattamento del carcinoma della prostata il problema è chiaramentequello di
affrontare il tumore una volta che questi ha dato metastasi nei
linfonodipelvici. La prostatectomia radicale nei casi localizzati permette di
ottenere laguarigione dal tumore in una elevata percentuale dei pazienti;
peraltro, al momentoattuale né la terapia radiante né interventi chirurgici più
allargati, anche con
rimozione dei linfonodi interessati, sembrano migliorare la percentuale di
guarigionenei pazienti con la neoplasia nello stadio D1. E’ convinzione di molti
che laguarigione definitiva dal cancro della prostata potrà avvenire soltanto
quando sipotrà abbinare al trattamento del tumore primitivo una o più sostanze
in grado didistruggere le cellule neoplastiche che possono essere sfuggite, per
così dire, daiconfini della prostata nel momento in cui l’intervento di
prostatectomia vengaeseguito.
Giova ricordare inoltre, che il tumore della prostata è generalmenteconsiderato
come un tumore altamente imprevedibile. Infatti secondo Whitmorecrescita del
tumore e metastasi a distanza non sempre evolvono progressivamente,ma bensì
possono essere indipendenti l’una dall’altra.
Perciò si può affermare che un miglioramento delle attuali percentuali
diguarigione per questo tumore potrà avvenire soltanto attraverso la
diagnosiprecoce della neoplasia ed un tempestivo trattamento, il quale deve
essereeffettuato possibilmente quando il tumore è ancora completamente
localizzato allaghiandola.
Si consiglia sempre di parlarne al proprio medico curante .
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13/09/2011 scritto
da BAT-ENZO |