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Le informazioni di medicina e salute non sostituiscono l'intervento del medico curante.
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I precedenti consigli, riconducibili a pratiche con scopi terapeutici, non assicurano alcun tipo di garanzia sul fatto che effettivamente queste terapie, sebbene riportate accuratamente, correttamente e senza contravvenire alla legge, possano sostituire l'intervento di un medico tradizionale.




EMICRANIA

Il diario dell'emicrania

Il diario dell'emicrania è un’apposita carta-diario, che il paziente deve compilare per ogni singolo attacco di dolore, al fine di aiutare il medico nella scelta della cura più adatta.

Ecco cosa bisogna registrare:

caratteristiche e durata del dolore;

grado di disabilità;

sintomi di accompagnamento;

consumo di analgesici;

fattori scatenanti o favorenti.

In questo modo il medico sarà in grado di valutare, di volta in volta, l’efficacia del farmaco sintomatico prescritto per l’attacco.

Curare l'emicrania senza farmaci
Le terapie di tipo farmacologico sono le più utilizzate per la cura dell’emicrania, ma non sono le uniche.
Esistono anche delle vie alternative, che stanno raggiungendo una certa diffusione:


Agopuntura: è una delle più utilizzate, grazie alla sua provata efficacia nella profilassi dell’emicrania. La sua capacità di ridurre le crisi è elevata, e ormai è una cura sicura e consigliata.


Biofeedback elettromiografico e tecniche di rilassamento: il biofeedback è una terapia recente, che combina tecnologia, psicologia e antiche pratiche orientali.
Monitorando con esami specifici la frequenza cardiaca, la pressione arteriosa, la tensione muscolare e l'attività elettrica cerebrale, si trovano le funzioni alterate dell’organismo.
Poi si cerca di normalizzarle con un sistema di informazione a feedback: il paziente ascolta un suono di frequenza proporzionale al livello di contrazione muscolare del distretto interessato, rilevato con elettromiografia (EMG). Associando questa tecnica a metodi di rilassamento, il malato impara a ridurre l’attività elettromiografica del muscolo frontale o dei muscoli trapezi, e quindi a diminuire la frequenza degli attacchi.


Biofeedback termico: consiste nell’insegnare al paziente a riscaldare le mani con l’assistenza di un feedback sensoriale immediato, in modo da ottenere una vasodilatazione. Gli effetti clinici non sono significativi, ma la continuità delle sedute e la convinzione dei buoni risultati contribuiscono significativamente all’effetto antiemicranico.


Training di rilassamento: attraverso l’induzione del rilassamento mentale da parte di un terapista, è possibile migliorare il controllo della tensione muscolare, e quindi delle crisi di emicrania. Le tecniche più impiegate sono il rilassamento muscolare progressivo, il training autogeno e il rilassamento tramite tecniche di meditazione o tecniche di visualizzazione.


Ossigenoterapia iperbarica: l’ossigeno, grazie alla sua attività costrittrice sui vasi intra ed extracranici, può bloccare efficacemente gli attacchi emicranici. I risultati migliori sono riscontrati con la somministrazione di ossigeno iperbarico; si tratta però di una tecnica poco esplorata e ancora in fase di studio.


Ipnosi: ha una lunga tradizione, ma pochi studi controllati sulla sua efficacia. La capacità di migliorare i sintomi dell’emicrania è pari a quella del biofeedback, e può essere abbinata a una terapia cognitivo-comportamentale.


Manipolazione cervicale: il medico, o il fisioterapista, esegue sul paziente un movimento articolatorio della colonna vertebrale sia entro che al di fuori della sua normale oscillazione. Senza assunzione di farmaci, la riduzione della frequenza delle crisi è del 40% circa.


Terapia cognitivo-comportamentale: è consigliata come integrazione al trattamento farmacologico, soprattutto per bambini e adolescenti, perché permette di personalizzare la cura dell’emicrania agendo sui singoli e personali fattori trigger. In questo modo si evita l’assunzione eccessiva di analgesici: una brutta abitudine, che cronicizza l’emicrania.


Fototerapia: esposizione del paziente a brevi sedute di "bagni di luce", indicata per combattere i sintomi depressivi legati all’emicrania.


Fatevi consigliare su queste cure dal vostro medico, o rivolgetevi a un centro specializzato: potreste trovare un valido alleato ai vostri soliti farmaci.

Conseguenze dell'emicrania per malati e familiari
L’impatto dell’emicrania è notevole, sia sulla vita del malato che sulla società in cui vive.

Il 60% dei soggetti affetti da emicrania presenta uno o più episodi mensili di forte intensità: questo corrisponde a un grado variabile di disabilità correlata alla malattia, che si ripercuote sull’attività produttiva e sociale del soggetto, sui rapporti familiari e sugli svaghi.
Circa il 30% dei pazienti, infatti, è costretto a rinunciare agli impegni sociali o familiari durante gli attacchi.
Non solo: il 24% segnala una ripercussione negativa sulla propria vita sessuale.
Oltretutto, il paziente viene condizionato dall'emicrania anche al di fuori dell'attacco: temendone la comparsa improvvisa, spesso instaura una vera e propria condotta di evitamento, che lo porta a rinunciare a particolari cibi o bevande, a evitare di esporsi al sole, di fare tardi la sera o, al contrario, di dormire troppo.

Ma non dimentichiamo l’importanza dell'impatto dell'emicrania sui familiari.
È stato calcolato che nel 76% dei casi il coniuge reagisce in modo negativo al problema: entra in ansia per paura che l'attacco possa essere espressione di una patologia organica più grave, e soffre nel constatare la disabilità del malato.

In altri casi, al contrario, l'emicrania viene sottovalutata, o peggio considerata alla stregua di un disturbo psicologico, quasi che il paziente ne fosse il responsabile.
Per evitare questi comportamenti, è importante che il medico si preoccupi di informare e sensibilizzare sul problema sia l'interessato che chi gli vive accanto.

In ultimo, l’emicrania incide fortemente anche sul sistema sanitario nazionale, a causa del gran numero di persone che ne soffre: le prestazioni richieste comprendono la consultazione del medico di base, il ricorso alle strutture per l’urgenza, l’uso di analgesici da banco e la prescrizione di accertamenti strumentali più o meno indispensabili.


Cenni storici
Tempi antichi
Papiro egiziano: trattamento dell'emicrania con metodi naturali.Già nei documenti risalenti all'antico Egitto (1200 a.C.) sono presenti riferimenti all'emicrania e alla nevralgia, pensando che fossero causati da demoni ed entità maligne.

Le prime descrizioni dell'emicrania si devono a Ippocrate (460 - 380 a.C.), che descrisse la forma con aura, mentre Areteo di Cappadocia la chiamò heterocrania, egli stesso fu poi autore di una classificazione che fu importante per moltissimi anni.

In seguito il termine divenne ufficialmente hemicrania grazie a Galeno (129 – 216) che lo introdusse; egli rintracciò negli umori (vapori) che si elevano dal fegato alla testa, le cause dell'emicrania.
Nel Medioevo[modifica]Nel Medioevo Avicenna analizzò i sintomi e le origini del male attribuendoli allo stile di vita e ad alcuni eventi tipicamente femminili, come la menopausa e l'aborto.

In seguito furono investigate le cause, dalle più spiritualistiche come quella proposta da Ildegarda von Bingen (1098 -1179), a quelle di Bright, pensava che fosse causata dall'umore melanconico.

In tempi recenti
Nel XVII secolo Thomas Willis, seguito da Graham e Wolf, sostenne la teoria, ancora oggi ritenuta valida, dell'ipotesi vascolare che ha sostituito gli umori come causa possibile. Come si legge nei suoi lavori:

« Una circolazione troppo veloce del sangue nella testa che finisce con il ribollire e occludere il lume dei vasi in certi determinati punti particolarmente predisposti e vi si ristagna; se poi in quegli stessi punti il sangue arriva in quantità troppo copiosa i vasi si dilatano, le membrane si rigonfiano »
(Thomas Willis De anima brutorum, quae hominis vitalis ac sensitiva est, excertitatione duae, prior physiologica, altera pathologica., Oxford 1672)

Per gran parte del Novecento gli scienziati hanno ritenuto plausibile la spiegazione della dilatazione e della tensione dei vasi sanguigni come causa del dolore e che questo fenomeno fosse preceduto da un calo di flusso e da un breve restringimento dei vasi. Attualmente i ricercatori propendono invece per una origine neurologica, localizzabile nella parte più antica, ossia il tronco encefalico.



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Si consiglia sempre di parlarne al proprio medico curante .


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03/06/2011 scritto da BAT-ENZO